precario [vc. dotta, lat. precāriu(m) ‘ottenuto con preghiere, che si concede per grazia’, da prĕx, genit. prĕcis ‘preghiera’]

1 Temporaneo, incerto, provvisorio.

2 Comodato senza determinazione di durata in cui il comodante può chiedere la restituzione della cosa in qualunque momento.

precarious (adj.)

1640s, a legal word, “held through the favor of another,” from Latin precarius “obtained by asking or praying,” from prex (genitive precis) “entreaty, prayer” (see pray). Notion of “dependent on the will of another” led to extended sense “risky, dangerous, uncertain” (1680s). “No word is more unskillfully used than this with its derivatives. It is used for uncertain in all its senses; but it only means uncertain, as dependent on others ...” [Johnson]. Related:Precariously; precariousness.

Sradicata la coscienza collettiva connotata dalla stabilità di prospettive e da un sistema di garanzie, si trapianta un’identità di nuovo conio che si riconosce nella condizione di precarietà esistenziale. L’io che si avverte precario può arrivare a considerare la sua manifestazione come stato di possibilità e la costrizione come tensione che è movimento vitale. Insistendo su queste categorie, l’umano momento transitorio si fa responsabile e sceglie il senso della sua esistenza. L’ente individuato ed irripetibile, non si comporta più come realtà già data, ma come unicità che ha la propria prospettiva sull’essere e che risulta direttamente chiamata in causa come tale. Contro al tentativo di abbandonare il mondo al dispiegarsi di una ragione tecnica, caratteri prima destrutturati ed informi, disegnano ora personali profili e posizioni. In un biografico ritratto biologico, Matteo Sclafani sviscera le angosce che la precarietà porta con sé e, verso un possesso di ciò che si è, ne riconosce lo stimolo e la potenza vitale. In un diario di personali recessi, la poetica si reitera in una calligrafia materica, dove l’impatto fisico dell’opera rende tangibile l’astratto, ma così incombente sentimento. L’instabilità si prolunga nel tempo con una coscienza rinnovata e, all’individuato sintomo di sofferenza, si inserisce un equilibrio, un filo che stabilizza, indirizza e trattiene.

Precariousness, interpreted etymologically, unsettles and drives to distraction the ones who feel it as some state imposed externally from the self. That form of impermanence - millstone of mankind - is a life condition that lies outside mere economic instability.

The boundaries and the links to this state of being get lost in a pervading interior uncertainty, which embodies social identity, determining our being on earth.

Feeling meaningless and unable to coordinate one’s life disheartens active individuals.

Life experience starts being perceived as dijointed, entity as always flexible and the daily routine is cut off from its methodic rituals.

Formless characterization and protean attitude supply the feeling of impotence, which eventually chokes present life and clouds future projections. Hope, now sterile, eases the individual down to a centripetal attitude, but dormant skills anguishly claim the strength to make decisions.

La precarietà, se intesa nel suo significato etimologico, turba e dispera chi la avverte come uno stato concesso e stabilito al di fuori di sé. Questa dettata forma di impermanenza – cifra stessa del nostro essere uomini – è condizione di vita che esula dalla mera instabilità contrattuale ed economica odierna. I confini e i riferimenti a questo stato si perdono in una pervasiva insicurezza interiore che si incarna direttamente nell’identità sociale, determinando così l’essere-al-mondo delle persone. Il sentimento di insignificazione, l’incapacità di coordinare la propria vita e di possedersi, svilisce il soggetto attivo. Il suo vissuto arriva ad essere percepito in una discontinuità dove l’identità è perentoriamente flessibile e la quotidianità avulsa dai suoi metodici riti. Con una caratterizzazione amorfa e un atteggiamento proteiforme, il senso di impotenza soffoca il presente e offusca proiezioni nel futuro. La speranza, fatta sterile, adagia l’essere in un ripiegamento centripeto, ma abilità latenti rivendicano con angoscia un conciso atto decisionale.

 

Once collective awareness is uprooted, and once the stability derived from prospects and guarantees is gone, a brand new identity gets relocated: the identity that adheres to existential precariousness.

The self who felt precarious starts considering its very own manifestation as a possibility, and the former constraint becomes tension, vital motion.

Stressing these categories, the temporary human condition becomes responsible for and gets to choose (the meaning of) its existence.

Entity, now defined and unique, won’t behave according to a predetermined reality, but rather as an individual with a prospect on “being” and directly accountable for it.

Instead of trying to flee the world when rationality is deployed, previously formless characters arrange in personal profiles and positions. In an attempt to describe his very own feelings, biographically and biologically, Matteo Sclafani eviscerates the distresses of precariousness and recognizes the vital input in it. In this journal of personal recesses, poetry reiterates into material calligraphy, when the physical impact of the masterpiece makes the abstract feeling of precariousness finally tangible.

Instability extends in time with improved awareness, and suffering gets flanked by balance, a very thin, stabilizing and directing string.

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